La paura dei mostri

I.

monstrum, i
Sost. nt. II decl.
(agg.: monstrosus, i)

1 prodigio, portento, miracolo, evento straordinario, cosa incredibile
2 mostro, essere prodigioso, creatura mostruosa
3 nefandezza, atrocità, atto mostruoso

II.

In un punto qualsiasi delle sperdute montagne del Tibet, per un colpo di vento, un monaco perde il suo berretto di pelo di yak, e il berretto cade giù dal dirupo, impigliandosi nei rami di un cespuglio. Per quella stessa strada di montagna ogni giorno passano altri monaci, che credono d’intravvedere tra le fronde l’ombra di un essere maligno. La voce si diffonde, e tutte le volte che qualcuno passa per quel sentiero vede ingigantirsi una creatura dai tratti sempre più spaventosi. Finché un giorno la creatura scompare dai rami e comincia a tormentare i monaci: li disturba in preghiera, turba il loro sonno e le loro meditazioni. Vengono trovate le sue tracce in cucina, dove si è azzardata a gozzovigliare, e si fa tanto audace da apparire anche in pieno giorno. Venne chiamato allora il Dalai Lama. Tutti sono pieni di grande apprensione, ma il saggio, chiamata a sé la creatura, le strappa il berretto dalla testa e la invita a tornare quello che era: un semplice cespuglio.

III.

A tutela dei mostri si possono dire due cose:

  1. Sono, letteralmente, creature incredibili. Niente male come complimento.
  2. Spesso siamo noi che rendiamo tali i mostri. Non possiamo poi neanche prendercela.
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Il guru

“Non riesco a capire come fai”, mi ha detto questa mattina il buon dottore “e in verità non voglio affatto saperlo”. Naturalmente non stavamo facendo nulla di trascendentale: questa mattina la calura era particolarmente forte a Firenze – sarà che sono i primi giorni veramente caldi, sarà che non tira un filo di vento tra le case vecchie – e ho fatto in modo che la temperatura dentro si abbassasse un poco. Il buon dottore era convinto che avessimo un condizionatore, e che io l’avessi acceso. Non è servito a nulla fargli notare che nemmeno l’anno scorso disponevamo di un condizionatore: non era abituato al clima dell’Italia, dice, e non se ne sarebbe potuto accorgere. L’ho lasciato alle sue convinzioni. Parlo del dottor Leucos, per chi non lo conoscesse: tiene un interessante blog sui vampiri che lungo il tempo ha preso una piega sempre più eclettica. Merito delle buone frequentazioni?

Scherzi a parte, mi ha riportato alla mente un discorso che feci a suo tempo con un uomo altrettanto interessante per via della sua professione. Lo chiameremo per comodità professor C. Quest’uomo è – tra le tante cose, perché con una mente del genere non puoi essere una cosa sola – uno psicoterapeuta. Incidentalmente, gli dissi, noi due facciamo un mestiere piuttosto simile. Naturalmente volle sapere perché, e gli dissi che era perché rientravamo entrambi nella figura del guru. Citavo Sheldon Kopp, e credo che lui lo colse, ma non ne fece cenno e mi fece spiegare lo stesso; non so quale fosse il suo parere accademico a riguardo, ma d’altronde non era nel suo lavoro dirmelo. Allora, in poche parole, parleremo del guru come di una guida spirituale a cui gli uomini si rivolgono in un determinato periodo della loro vita in cui si avverte il bisogno di cambiamento, di superamento. Di solito è un periodo oscuro, in cui si sembra avere smarrito la via e le proprie certezze, e lo psicoterapeuta non è che il guru moderno: un maestro che aiuta i discepoli a superare riti di iniziazione e transizione, che introduce a nuove comprensioni spirituali e disvela l’ignoto.

Questo, naturalmente, sempre secondo il paziente, che raramente è mosso da un sincero desiderio di cambiamento: quello che cerca è solamente un nuovo metodo per rimanere se stesso quando quelli abitudinari, accuratamente studiati per procedere a rischio minimo, per un motivo o per l’altro non funzionano più, e pagano l’analista perché li faccia “sentire meglio” (con se stessi, ovvio. Sottinteso: quelli di sempre). Un “nevrotico più efficiente”, come dice Kopp. Un buon psicoterapeuta a quel punto ti sorride e si sposta di lato, così che tu e le tue beate illusioni vi stampiate di faccia contro il pavimento. Il professor C. sorrise proprio in quella maniera, e io ne fui molto affascinata. Stava sorridendo perché era vero, o perché io stessa stavo riponendo troppa fiducia in questa teoria? In fondo, ognuno ha il suo quadro di riferimento in cui tutto funziona (o dovrebbe funzionare) alla perfezione, secondo i suoi progetti. Difficile a dirsi dove mi trovavo io in quel momento, se vicina alla verità o incastrata di nuovo in una mia personale abitudine.

Psicoterapeuti oggi, ieri erano sciamani. I veri guru, proprio come gli analisti, non ti aprono l’accesso verso nuovi mondi o nuove conoscenze; nessuna ennesima nuova nozione, bensì l’accettazione della tua esistenza: imperfetta, finita, in un mondo ambiguo e in definitiva incontrollabile. Per quello sostengo che sciamani e psicoterapeuti sono ancora la stessa cosa: sono solo cambiati i metodi. E finché funziona, a parer mio, tutto è efficace.

buddha2

La sua forza deriva in parte dal fatto che parla il linguaggio dimenticato della profezia, il linguaggio poetico del mito e del sogno. […] Il guru insegna indirettamente, non con dogmi e prediche, ma mediante parabole e metafore.
L’istruzione per mezzo della metafora non dipende principalmente dal pensiero logico determinato razionalmente, né dal controllo empiricamente oggettivo dei dati percettivi. Al contrario, sapere metaforicamente implica afferrare una situazione intuitivamente, nei suoi diversi intergiochi di significati molteplici, dal concreto al simbolico. In questo modo, come dimostrano i sufi con le loro parabole, queste dimensioni interne portano la metafora a rivelare sempre maggiori livelli di significato, a seconda del livello di disponibilità a comprendere del discepolo:

<< Una volta, tanto tempo fa, un uomo, vagando lontano dal suo paese, andò a perdersi nel mondo noto come Terra degli Sciocchi. Vide presto un certo numero di persone che fuggivano terrorizzate da un campo dove avevano cercato di mietere frumento. “C’è un mostro nel campo”, gli dissero, ma egli guardò e vide che si trattava di un’anguria. Si offrì di uccidere il ‘mostro’ per loro. Staccato il melone dal gambo ne tagliò una fetta e cominciò a mangiarla. La gente fu ancor più terrorizzata da lui di quanto non lo fosse stata dall’anguria. Lo cacciarono via con i forconi gridando: “Ucciderà noi dopo, se non ce ne liberiamo”.
Accadde che in un altro giorno un altro uomo sperdendosi andò a finire nella Terra degli Sciocchi e le cose andarono nella stessa maniera. Quest’uomo, però, invece di offrire il suo aiuto contro il ‘mostro’,  fu d’accordo con loro nel giudicarlo pericoloso e allontanandosene in punta di piedi guadagnò la loro fiducia. Trascorse con loro molto tempo nelle loro case finché non gli riuscì di insegnare a quella gente, a poco a poco, i fatti fondamentali necessari a renderli capaci non soltanto di non temere le angurie, ma persino di coltivarle. >>

La verità non libera le persone. I fatti non mutano gli atteggiamenti. Se il guru è dogmatico, susciterà solo l’attaccamento testardo e resistente a quelle credenze infelici che forniscono soltanto la sicurezza della sofferenza nota; i pellegrini-discepoli non saranno disposti ad aprirsi al rischio dell’ignoto o del non provato. Ecco perché il Mago del Rinascimento, Paracelso, avvertì che il guru dovrebbe evitare di rivelare semplicemente “la verità nuda. Egli dovrebbe usare immagini, allegorie, figure, parole mirabili, o altri modi nascosti, indiretti”.

(Sheldon B. Kopp, Se incontri il Buddha per la strada uccidilo)

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L’anfisbena

Da Ermanno Cavazzoni – Guida agli animali fantastici:

L’anfisbena, dice Eliano, è serpente a due teste, una davanti e una dietro (Nat. Anim., IX, 23); quando va in una direzione, la testa dietro viene disattivata e funziona da coda, mentre quella davanti osserva, pensa, prende le decisioni; e se c’è da scappare non deve perdere tempo a voltarsi, ma passa il comando all’altra testa, quella di scorta, che è di natura più pavida ed è già pronta a fuggire alla massima velocità, evitando qualsiasi ripensamento. L’anfisbena ha risolto con quest’alternanza di potere o comunque di prerogative decisionali il conflitto che si può creare tra le teste degli animali a più teste. Ogni testa nell’anfisbena avrebbe potuto tirare in un senso, e avremmo avuto un animale teso allo spasmo in due direzioni come una fune, e irresoluto, da un lato feroce ma impossibilitato ad attaccare, perché l’altro avrebbe tirato per scappar via senza riuscirci; le due teste la cui somma fa zero, ma con altissimo costo energetico.

anfisbena_thumb[1]

Il problema delle molte teste e dei rapporti intrapersonali si ripresenta in diversi animali fantastici: l’idea di Lerna, la chimera, i capelli serpentiformi della Medusa eccetera. Ogni testa avrà una sua personalità; ce n’è una che funge da capo? O vige di massima un sistema democratico parlamentare? Nel senso che ci saranno teste più benpensanti e conservatrici, e altre più di sinistra, anarcoidi, propugnanti un regime di stampo sovietico; altre ancora timorate di Dio, remissive, devote, con il sorriso falso da prete in faccia; e poi altre, pure e semplici teste di cazzo, ignoranti e però con l’idea ad esempio di avere buon gusto, ad esempio in fatto di moda, con l’idea di saper essere originali e di distinguersi da tutte le altre, mentre invece resta il fatto che sono teste di cazzo ignoranti, e non riusciranno a capire neanche questo, che è una forma di autodifesa, l’ignoranza, perché se lo capissero (quanto sono ignoranti, e infantili, e penose, nel giudizio di tutte le altre) cadrebbero nella depressione, in forma di attacchi di panico, che oggi si cura coi neurolettici ma un tempo, ad esempio nei tempi antichi, non aveva vie di guarigione, e se qualcuna delle teste dell’idra finiva in questo stato (per via dell’ignoranza originaria) la si vedeva poi floscia, stare sdraiata mentre le altre turbinavano all’arrivo di Ercole che doveva compiere su di loro una delle sue fatiche. Difficile pensare che cento teste siano tutte unanimi, anche se gli autori antichi su questo tacciono, che non ce ne sia ad esempio qualcuna stonata ma con la mania di cantare, e tutte le altre a dirle “basta”, “smettila”, “ci fai venire mal di testa”, e lei che per un po’ sta zitta e poi si rimette a canticchiare, ed il fatto è che essendo tutte attaccate allo stesso corpo (l’idra era una specie di grosso sauro) non si può rispedire costei a casa sua o mandarla in qualche altra zona disabitata della palude. La situazione dell’idra di Lerna è quella di un condominio dai muri di carta, dove continuamente si sente gridare “basta!” al vicino o a quello del piano di sopra, e battere con la scopa al soffitto: “è tutta notte che qualcuno cammina e sposta i mobili… basta!”, per non parlare dei volumi della televisione, che ai tempi di Ercole non c’era, ma c’era l’analogo, e tra le teste dell’idra imperava la discordia e il battibecco condominiale, per cui in realtà erano animali deboli, questi dalle cento teste, persi dietro a quisquilie, cause penali pendenti, dispetti, antipatie. Cosa peraltro che già si riscontra negli animali fantastici a tre (Cerbero) o solo a due teste, i bicefali, che tendono a mordersi, avere opinioni opposte, questi sono come una coppia di coniugi al tempo del matrimonio indissolubile: dei musi!, le teste si piantano dei musi, una voltata di qua, l’altra di là; si avvicina il cavaliere con la spada in mano, anche se sono degli animali fantastici però nessuna delle due vuole cedere: “Senta da quella lì”, risponde una delle due al cavaliere, facendo cenno verso quell’altra. “Che cosa?” dice l’altra “chi è che dovrebbe sentire da me?”. “Ma smettila una buona volta!” dice la prima. “Chi è che la deve smettere?” dice l’altra. Il cavaliere a questo punto rinuncia e se ne va disgustato.

 

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Verrà la morte

Luce nel Nero

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.

Cesare Pavese
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

occhilup

Scenderemo nel gorgo muti.
Come ascoltare un labbro chiuso,
Come vedere riemergere nello specchio
un viso morto.
Sarà come smettere un vizio.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Per tutti la morte…

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Finché non s’intende l’arte, sempre dicesi magia

Tutto quello che si fa dalli scienziati imitando la natura o aiutandola con l’arte ignota, non solo alla plebe bassa, ma alla comunità degli uomini, [appare] opera magica. Talché non solo le predette scienze, ma tutte le altre servono alla magia. Magia fu d’Archita fare una colomba che volasse come l’altre naturali, e a un tempo Ferdinando Imperatore in Germania fece un tedesco un’aquila artificiosa e una mosca volare da se stessa; ma, finché non s’intende l’arte, sempre dicesi magia; dopo è volgare scienza.

L’invenzione della polvere dell’archibugio e delle stampe fu cosa magica, e così della calamita; ma oggi che tutti sanno l’arte è cosa volgare. Così ancora quella delli orologi e l’arti meccaniche facilmente perdono la riverenza, ché si fanno i corpi manifesti al volgo. Ma le cose fisiche e religiose, rarissime volte si divulgano; però in questo gli antichi ritirarono l’arte.

(Tommaso Campanella, Del senso delle cose e della magia)

Siamo negli ultimi anni del XVI secolo. Tommaso Campanella, insoddisfatto dell’istruzione impartitagli dai dominicani, scopre la filosofia naturale. Il codice di Dio poteva essere letto semplicemente attraverso i propri occhi, e non acquisito “sulla fiducia”. Niente più dogmi. La realtà poteva essere indagata. Certo, le leggi di natura non hanno una loro autonomia, per un cristiano saranno sempre spinte da una forza creatrice ed inquadrate in un ordine provvidenziale; ma che differenza fa, in fondo?

Una domanda piuttosto spontanea. Se la pose anche l’Inquisizione, evidentemente, dato che sentì presto il bisogno di processare Campanella.

Che differenza fa, in fondo? – quale che sia il motore di quest’universo, l’uomo agisce. E questa benedetta, immediata terra, alla fine è quella che c’interessa sempre di più. Come agisce l’uomo? Quale potere ha? Perché è così pericoloso da spaventare il grande impero dei dogmi, la madre di tutte le leggi “in quanto tali”?

Due cose ci dice Campanella nel giro di poche frasi sulla magia secondo l’uomo moderno. Di lì a poco Galileo scoprirà che siamo noi a muoverci, e non il sole; cambierà il nostro modo di pensare, di indagare. In un certo senso, cambierà Dio. Cosa ci dice Tommaso Campanella?

  1. Tutte le scienze, indagando la struttura della realtà, servono alla magia in quanto attività pratica che trasforma la natura inserendosi nel gioco delle sue leggi, mediante accorgimenti tecnici in grado di operare in essa;
  2. L’alone misterioso che avvolgeva il mago, quasi fosse un dio o un demone, è venuto cadendo ad ogni progresso della scienza. Ciononostante, i problemi più alti (e quindi le opere più profonde), sfuggendo alla presa del ragionamento corrente, restano ancora (sempre) nel velo del “magico”.

Mi sembra un buon punto da dove iniziare.

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